"La vera amicizia è una pianta che cresce lentamente e deve passare attraverso i traumi delle avversità perché la si possa chiamare tale."
(George Washington)

lunedì 24 giugno 2013

Banane da congelatore

La settimana scorsa ha fatto un caldo da fare schifo e ti pareva che proprio in quell'intervallo bellissimo in cui si passa dal meteo dell'Antartico a quello dei Tropici, io mi sono beccata l'influenza!
Niente febbre ma un raffreddore di quelli che achitemmuor! Poi, come se non bastasse, proprio nel periodo in cui avrei dovuto consegnare un lavoro, e magari anche andare al mare. Invece sono stata a letto quasi tutto il tempo, o a cavoleggiare come sotto (mentre il gatto mi fissava in attesa di capire cosa intendessi fare della mia vita prima di affogare nelle mie stesse tette), e la consegna è slittata di una settimana, o almeno così speravo... perché il caldo da Tropici mi ha sorpresa inondandomi di voglia di non fare un cazzius e lasciandomi davanti al pc, sotto il clemente getto del condizionatore, a sognare il mare dei Caraibi... E così la consegna ancora non è avvenuta, e a me viene l'ansia....


Intanto oggi sono andata un po' avanti col lavoro, perché oltre la noia il tempo è tornare temperato, con un bel sole e un venticello fresco e sbarazzino che in questa fine di giugno ti accarezza il viso dicendoti "Vieni... vieni con me a correre per i prati... a organizzare pic nic con gli amici... in spiaggia a giocare... a organizzare gite...." con quel fare suadente che sa adottare solo quando ho tanto da fare che mi faccio violenza a non uscire di casa anche se sto senza far niente per la noia! Almeno fingo di avere almeno voglia di lavorare... Ormai è il mio incubo peggiore... anche se so che prima finisco sto lavoro prima sono libera e felice come una farfalla... ma proprio no, non ce la faccio. Il mio cervello si rifiuta. Quello... il mio cervello... s'è già gonfiato la piscina di plastica e sta a mollo sorseggiando margarita indossando un paio di occhiali da sole fashion... E chiamiamolo scemo...

Intanto per quanto fa caldo ho trovato un rimedio al mio mangiare incontrollato.
Vorrei la frutta, ma mi ricordo sempre tardi di metterla in frigo... così prendo il frutto dell'amore, lo schiaffo nel congelatore, e faccio passare il tempo di un paio di partite a Criminal Case che su Facebook ormai mi sento il dovere di fare solo quello... e poi vado a riprenderla per papparmela. Il metodo funziona...
Peccato che quando apro il congelatore per recuperare la banana lo trovo sempre ripieno di gelati e altra roba indistinta, ma questa è un'altra storia...

A.

mercoledì 12 giugno 2013

La biblioteca di filologia

...e altre storie nere.

A me quel posto fa paura. Metti piede nella biblioteca di filologia e subito ti ritrovi centinaia di occhi che si alzano dai libri e ti fissano manco fossi una cavalletta. E a quel punto uno cosa fa? Cerca di fare il minor rumore possibile. Entri in punta di piedi (se hai i tacchi puoi meritarti l'esilio), adocchi un posto libero, piano piano posi la borsa e scosti la sedia. Ma le sedie, si sa, sono sempre contente di essere sedie e non mancano di fartelo notare con scricchiolii entusiasti soprattutto quando cerchi di spostarle piano. Al che ti ritrovi mezza biblioteca che si gira all'unisono verso di te, te che sudi freddo aspettando il linciaggio e una sedia contenta, più o meno con questa espressione:


A questo punto, quesito esistenziale: sedersi o non sedersi? Rischio di essere assassinata? Però se non mi siedo dovrò tornare indietro, quindi rimettere la sedia (NOO!!) al suo posto e tornare sui miei passi, o magari volando, chissà. 
Vabbé, mi siedo. Cinque secondi di panico: gli altri mi fissano, vogliono constatare fino in fondo se io sia una persona effettivamente molesta. Con mani tremanti apro il libro, tiro fuori la matita, infilo gli occhiali. Ok, gli occhiali mi danno un bonus, prova superata, non sono un nemico. Vederli tornare ai proprio testi è un sollievo per me, posso dedicarmi alla lettura di Cassio Dione. 
Ma poi il cellulare vibra. 
Sono previdente, ho messo il silenzioso quando sono entrata, ma non ho tolto la vibrazione. In un nano secondo afferro il cellulare, do occupato e lo butto nella borsa. Torna il silenzio. Deglutisco e mi giro, ma gli altri non sembrano essersene accorti, così ritorno sulla mia storia romana. Il cellulare lo spengo definitivamente, non dovrà trovarmi nessuno per le prossime quattro ore ma che ci voglio fare, qui funziona così.
La biblioteca di filologia mi mette l'ansia. 

L.

martedì 11 giugno 2013

Un po' di ossa qui, un po' là, fra teschi ghignanti e altre cose

Hello sweeties!
ho abbandonato questo blog nelle sole mani di A. ultimamente, e ora riemergo dalla nube di esami (ahimè, maledetta sessione estiva! E non è ancora finita!) per far sapere che sono almeno ancora viva. Eh già! 
Questo semestre mi ha decisamente distrutta, MA (perchè c'è sempre un ma da qualche parte) ho fatto cose che voi umani non potete nemmeno immaginare. Cioè, bando alle citazioni, *coff coff*, ho passato delle ore incredibili in laboratorio di Antropologia Fisica! Esperienze mistiche, maneggiare ossa VERE (ci sentivamo un po' tutti Bones, peccato che il nostro edificio non sia paragonabile al Jeffersonian manco di striscio insomma), riconoscerle, PARLARCI... ebbene sì, questo laboratorio ha tirato fuori tutto il mio estro, un po' anomalo per certi versi. Soprattutto nei confronti di Johnny. Johnny è lo scheletro intero che la prof ci concedeva gentilmente di maneggiare e di usare per vedere bene le articolazioni e l'inserzione delle varie giunture eccetera, e credo che non si riprenderà mai dalle mie molestie. Beh, diciamocelo, per vedere bene come articola bacino-femore era brutto, per lui, dover assumere certe posizioni... beh, ci siamo capiti no?? Ehm.
Comunque è stato triste dire addio a Johnny. Era diventata un po' la mascotte di tutti (e poi sapete che figata ballare un valzer con uno scheletro con le rotelle?) e mai nessun altro scheletro potrà rimpiazzarlo nel mio cuore. (Ok, d'accordo, sto degenerando...). 
Ed ecco il nostro Johnny:

Caporale Johnny a rapporto!
Vi assicuro che è bello dentro! (D'accordo, d'accordo, la smetto!! Ma poi perchè caporale??)


A parte queste macabre confidenze, devo ammettere che, per certi versi è stato un periodo un po' fiacco dal punto di vista delle novità. Io e A. ci stiamo impegnando (o almeno ci si prova.... *coff*) a riscrivere la scaletta per il nostro romanzo (che abbiamo in cantiere da circa 10 anni, ma questa è un'altra storia...)... beh, "impegnando" è una parola grossa, diciamo che "ci stiamo pensando". Mi sa che ci vorranno altri 10 anni eh, ma non demordiamo, magari a 80 anni avremo finito i primi capitoli! 
(rettifico: "impegnarsi" nel gergo di A./L. ---> "farsi coinvolgere in millanta campagne di D&D e Mondo di Tenebra". Almeno in qualcosa ci impegnamo, eh!!) 
 Vorrei fare tante cose, ultimamente. Ci sono stati questi due mesi in cui sono stata talmente in coma che quando mi stendevo sul letto piano piano prendevo la forma di una piattaforma petrolifera. Adesso, sarà la bella stagione, sarà che la laurea è vicina, mi viene voglia di fare di tutto! Tranne che studiare, ovviamente. 
Forse se riuscissi a inventare un metodo per cui le nozioni di un libro mi entrano in testa per osmosi, avrei svoltato, con tutte le volte che spiaccico la testa sulle pagine! 
Meno male che esistono i week-end, quando prendo il treno per scendere a casa, quando maledico Trenitalia in tutte le lingue che conosco - e anche quelle che non conosco -, che non sai quando parti ma soprattutto non sai manco quando e se arrivi... fare una scappata veloce a casa per rassicurare tutti sulla tua effettiva corporeità, per poi svanire e tornare fuori, suonare a casa di A. col terrore dei suoi, e uscire... per dove non lo sappiamo mai, però è bella la parola "uscire". Anche se poi "esci da una casa per andarti a rinchiudere in un'altra" (cit. mio padre), non c'è bisogno di sapere sempre dove andare, a volte è bello lasciarsi trasportare. 
E con questa, passo e chiudo. C'è il libro dietro di me che sogghigna e sento qualcosa di stranamente freddo sulla tempia. 

L.


"Le nostre valigie logore erano di nuovo ammucchiate sul marciapiede; dovevamo ancora andare lontano. Ma che importava, la strada è la vita". 
J. Kerouac