"La vera amicizia è una pianta che cresce lentamente e deve passare attraverso i traumi delle avversità perché la si possa chiamare tale."
(George Washington)

mercoledì 17 luglio 2013

Caffè al ginseng e una scaletta da finire...


Questi nostri sparuti episodi tornano sempre al punto che io e L. avremmo qualcosa da finire... ovvero un romanzo. Una cosa che sembra incredibile dire, ma ci trasciniamo dietro da DIECI ANNI!
Sembra proprio incredibile, direte voi (o chiunque altro ci stia leggendo, se ci siete!), come si fa a non finire un romanzo in dieci anni?? E' la Divina Commedia? C'è bisogno di qualcosa che in dieci anno non s'è riuscito a trovare?


Nell'ultima domanda c'è un po' di verità, perché, a parte le solite cavolate che si pensano quando si inizia a scrivere un libro a tredici anni, non c'è la reale idea di cosa vuol dire scrivere un romanzo, e di cosa effettivamente ci si aspetti di inserirci. Non si ha chiaro molto, insomma, nel maggiore dei casi, a parte che ci sembrano fighe delle scene, che magari inseriamo personaggi fighi di qua e di là, e poi, della trama? Beh dai, le solite cose tirano, come l'amore maledetto, oppure gli gnocchi maledetti, per quei filoni daVk, oppure meglio, facciamo un qualcosa alla sex and the city, o stile il mondo di patty. E ti ritrovi a scrivere una storia senza senso che però presi singolarmente ha tanti momentini carini, magari divertenti, peccato che, sempre magari, stai scrivendo una storia di paura. Insomma, il patchwork della nostra vita. 




Una volta andai a vedere un incontro con Dacia Maraini (chi non sa chi è veda QUI) che si teneva qui a Minturno, e lei raccontò di come per scrivere un suo romanzo ci impiegò dieci anni. Alché pensai "Cavolo, anche lei così tanto!" ma poi riflettei "Lei però non l'ha iniziato a tredici anni, era già matura e adulta e sicuro aveva già scritto molto..." e allora perché tanto tempo per realizzare una storia?
Io ed L. ci abbiamo pensato spesso, per il semplice motivo che ci trovavamo nella stessa situazione di averci messo tantissimo a realizzare anche solo metà di quello che volevamo, dopo averlo ripreso a distanza di anni. Cos'era successo in noi e nella storia? Cos'era successo per spingerci poi, a distanza di mezzo libro scritto, e due anni di attivo, a ricominciarlo da capo?
Molti ci diranno "SIETE PAZZEE! FUORI DI TESTA!" e chi scrive romanzi, credo, alla sola idea di averne finito uno e di ricominciare a scriverlo da capo penso che qualcosa muoia dentro di lui senza possibilità di resurrezione. Come L., che quando la informai della mia intenzione di lanciare per l'aria tutto lo scritto e ricominciare da capo ha iniziato a urlarmi per telefono che ero diventata pazza e che non avrebbe mai accettato una cosa simile. Mai. NEVER. Eppure dopo qualche giorno si presentò da me, si sedette in silenzio, mi guardò e pronunciò le seguenti parole: "Dobbiamo riscriverlo da capo." Perché c'aveva riflettuto, e per quanto l'idea potesse sembrare folle l'aveva ritenuta l'unica cosa necessaria.


Parliamo ora seriamente...


Perché ci si impiega tanto a volte per scrivere un romanzo?
Perché deve CRESCERE.


Io ed L. ci siamo rese conto che questa storia sta crescendo con noi, e solo ora, che ripresa da capo ci stiamo levando tutto ciò che ci è sembrato "vecchio" e "superfluo", ci appare tutto più chiaro.
Per intenderci, avevamo scritto mezzo libro, e ora stiamo riscrivendo la scaletta del romanzo intero. E siamo a chiudere la seconda parte, prendendo capitolo vecchio per capitolo, tagliando, aggiungendo, togliendo, riscrivendo, ripensandoci, ridiscutendo, reinventando tutto da capo quelle parti che non ci sembrano plausibili... E finalmente rientra tutto. 


Scrivere un romanzo è come una sfida.


Per me e L. è una specie di nostro riscatto personale.
Abbiamo avuto tanti momenti in cui ogni cosa scrivevamo ci sembrava sciocca, insulsa e senza alcun senso, anche la storia del nostro romanzo. Eppure ora abbiamo scelto di crederci, e ci siamo messe duramente in gioco, perché crediamo che l'unico modo che davvero esiste per migliorare in quello che si fa è contestarsi sempre, guardarsi sempre in maniera oggettiva, criticarsi, trovare il pelo nell'uovo, confrontarsi, e leggere. Per scrivere bisogna LEGGERE TANTO. TAAANTO. TANTISSIMO!! 


Io sono una lettrice un po' pigra, ci metto un po', ma sono di quelle lente e inesorabili, perché quando leggo assimilo con calma, e a volte mi capita di avere la testa altrove. Sapete com'è, poi per me... che con una mano scrivo e con l'altra disegno, e con la testa penso, e magari nel mentre tiro con la cannuccia il mio thè freddo alla pesca. Però che bello...! 
Io ed L. stiamo lavorando sodo e duramente in questi ultimi tempi, perché abbiamo deciso di voler cambiare le nostre vite e di fare ciò che veramente ci rende felici. Creare storie. 
Sapete no... all'epoca c'erano i Bardi, i Cantastorie... ora abbiamo scrittori e fumettisti, e tutto il resto della categoria, un po' bistrattato e messo da parte, senza che se ne capisca la reale importanza. 
Noi, peccando un po' di orgoglio pensiamo che vorremmo diventare un giorno come tutti quegli autori che ci hanno regalato una vita così avventurosa. Una Anna Rice, un Frank Herbert, un Tolkien, una Joanne Rowling... e proprio quest'ultima qualche tempo fa disse in un'intervista: "Un giorno una ragazzina mi fermò per strada dicendomi... 'sei stata la mia infanzia!'... cosa c'è di più bello da sentirsi dire?"



... Magari un giorno anche io e L. renderemo diversa la vita di qualcuno... come tanti hanno reso diversa e bella la nostra vita, facendoci pensare ad altro mentre le nostre vite attraversavano i grandi e i piccoli problemi, dandoci coraggio, e aiuto, dove nessun altro oltre un libro era davvero di compagnia. Noi lo diciamo sempre, che se mai riusciremo a pubblicare una sola delle nostre storie, un giorno, speriamo non tanto lontano, e una sola persona nel mondo ci leggesse trovandoci buone... a noi basterebbe. Sarebbe bello, insomma, pensare di aver contribuito per un po' alla felicità di qualcuno... per questo bisogna lavorare duro, e far sì di produrre sempre prodotti di qualità, o almeno provarci...


E dopo questo lungo sproloquio torno al mio lavoro, con la matita in mano e le mie vignette... che questa sera narrerò la fine di un episodio del gioco di ruolo Mondo di Tenebra.. Adoro fare il master... inventare storie che poi i miei ignari giocatori si troveranno a vivere con i loro personaggi, che io amo tutti come fossero miei, mandandoli nel mondo con l'amore di guidarli verso una fine gloriosa ma piena di pericoli! E sarà anche oggi..."Era un mondo di tenebra.."

A.

lunedì 24 giugno 2013

Banane da congelatore

La settimana scorsa ha fatto un caldo da fare schifo e ti pareva che proprio in quell'intervallo bellissimo in cui si passa dal meteo dell'Antartico a quello dei Tropici, io mi sono beccata l'influenza!
Niente febbre ma un raffreddore di quelli che achitemmuor! Poi, come se non bastasse, proprio nel periodo in cui avrei dovuto consegnare un lavoro, e magari anche andare al mare. Invece sono stata a letto quasi tutto il tempo, o a cavoleggiare come sotto (mentre il gatto mi fissava in attesa di capire cosa intendessi fare della mia vita prima di affogare nelle mie stesse tette), e la consegna è slittata di una settimana, o almeno così speravo... perché il caldo da Tropici mi ha sorpresa inondandomi di voglia di non fare un cazzius e lasciandomi davanti al pc, sotto il clemente getto del condizionatore, a sognare il mare dei Caraibi... E così la consegna ancora non è avvenuta, e a me viene l'ansia....


Intanto oggi sono andata un po' avanti col lavoro, perché oltre la noia il tempo è tornare temperato, con un bel sole e un venticello fresco e sbarazzino che in questa fine di giugno ti accarezza il viso dicendoti "Vieni... vieni con me a correre per i prati... a organizzare pic nic con gli amici... in spiaggia a giocare... a organizzare gite...." con quel fare suadente che sa adottare solo quando ho tanto da fare che mi faccio violenza a non uscire di casa anche se sto senza far niente per la noia! Almeno fingo di avere almeno voglia di lavorare... Ormai è il mio incubo peggiore... anche se so che prima finisco sto lavoro prima sono libera e felice come una farfalla... ma proprio no, non ce la faccio. Il mio cervello si rifiuta. Quello... il mio cervello... s'è già gonfiato la piscina di plastica e sta a mollo sorseggiando margarita indossando un paio di occhiali da sole fashion... E chiamiamolo scemo...

Intanto per quanto fa caldo ho trovato un rimedio al mio mangiare incontrollato.
Vorrei la frutta, ma mi ricordo sempre tardi di metterla in frigo... così prendo il frutto dell'amore, lo schiaffo nel congelatore, e faccio passare il tempo di un paio di partite a Criminal Case che su Facebook ormai mi sento il dovere di fare solo quello... e poi vado a riprenderla per papparmela. Il metodo funziona...
Peccato che quando apro il congelatore per recuperare la banana lo trovo sempre ripieno di gelati e altra roba indistinta, ma questa è un'altra storia...

A.

mercoledì 12 giugno 2013

La biblioteca di filologia

...e altre storie nere.

A me quel posto fa paura. Metti piede nella biblioteca di filologia e subito ti ritrovi centinaia di occhi che si alzano dai libri e ti fissano manco fossi una cavalletta. E a quel punto uno cosa fa? Cerca di fare il minor rumore possibile. Entri in punta di piedi (se hai i tacchi puoi meritarti l'esilio), adocchi un posto libero, piano piano posi la borsa e scosti la sedia. Ma le sedie, si sa, sono sempre contente di essere sedie e non mancano di fartelo notare con scricchiolii entusiasti soprattutto quando cerchi di spostarle piano. Al che ti ritrovi mezza biblioteca che si gira all'unisono verso di te, te che sudi freddo aspettando il linciaggio e una sedia contenta, più o meno con questa espressione:


A questo punto, quesito esistenziale: sedersi o non sedersi? Rischio di essere assassinata? Però se non mi siedo dovrò tornare indietro, quindi rimettere la sedia (NOO!!) al suo posto e tornare sui miei passi, o magari volando, chissà. 
Vabbé, mi siedo. Cinque secondi di panico: gli altri mi fissano, vogliono constatare fino in fondo se io sia una persona effettivamente molesta. Con mani tremanti apro il libro, tiro fuori la matita, infilo gli occhiali. Ok, gli occhiali mi danno un bonus, prova superata, non sono un nemico. Vederli tornare ai proprio testi è un sollievo per me, posso dedicarmi alla lettura di Cassio Dione. 
Ma poi il cellulare vibra. 
Sono previdente, ho messo il silenzioso quando sono entrata, ma non ho tolto la vibrazione. In un nano secondo afferro il cellulare, do occupato e lo butto nella borsa. Torna il silenzio. Deglutisco e mi giro, ma gli altri non sembrano essersene accorti, così ritorno sulla mia storia romana. Il cellulare lo spengo definitivamente, non dovrà trovarmi nessuno per le prossime quattro ore ma che ci voglio fare, qui funziona così.
La biblioteca di filologia mi mette l'ansia. 

L.

martedì 11 giugno 2013

Un po' di ossa qui, un po' là, fra teschi ghignanti e altre cose

Hello sweeties!
ho abbandonato questo blog nelle sole mani di A. ultimamente, e ora riemergo dalla nube di esami (ahimè, maledetta sessione estiva! E non è ancora finita!) per far sapere che sono almeno ancora viva. Eh già! 
Questo semestre mi ha decisamente distrutta, MA (perchè c'è sempre un ma da qualche parte) ho fatto cose che voi umani non potete nemmeno immaginare. Cioè, bando alle citazioni, *coff coff*, ho passato delle ore incredibili in laboratorio di Antropologia Fisica! Esperienze mistiche, maneggiare ossa VERE (ci sentivamo un po' tutti Bones, peccato che il nostro edificio non sia paragonabile al Jeffersonian manco di striscio insomma), riconoscerle, PARLARCI... ebbene sì, questo laboratorio ha tirato fuori tutto il mio estro, un po' anomalo per certi versi. Soprattutto nei confronti di Johnny. Johnny è lo scheletro intero che la prof ci concedeva gentilmente di maneggiare e di usare per vedere bene le articolazioni e l'inserzione delle varie giunture eccetera, e credo che non si riprenderà mai dalle mie molestie. Beh, diciamocelo, per vedere bene come articola bacino-femore era brutto, per lui, dover assumere certe posizioni... beh, ci siamo capiti no?? Ehm.
Comunque è stato triste dire addio a Johnny. Era diventata un po' la mascotte di tutti (e poi sapete che figata ballare un valzer con uno scheletro con le rotelle?) e mai nessun altro scheletro potrà rimpiazzarlo nel mio cuore. (Ok, d'accordo, sto degenerando...). 
Ed ecco il nostro Johnny:

Caporale Johnny a rapporto!
Vi assicuro che è bello dentro! (D'accordo, d'accordo, la smetto!! Ma poi perchè caporale??)


A parte queste macabre confidenze, devo ammettere che, per certi versi è stato un periodo un po' fiacco dal punto di vista delle novità. Io e A. ci stiamo impegnando (o almeno ci si prova.... *coff*) a riscrivere la scaletta per il nostro romanzo (che abbiamo in cantiere da circa 10 anni, ma questa è un'altra storia...)... beh, "impegnando" è una parola grossa, diciamo che "ci stiamo pensando". Mi sa che ci vorranno altri 10 anni eh, ma non demordiamo, magari a 80 anni avremo finito i primi capitoli! 
(rettifico: "impegnarsi" nel gergo di A./L. ---> "farsi coinvolgere in millanta campagne di D&D e Mondo di Tenebra". Almeno in qualcosa ci impegnamo, eh!!) 
 Vorrei fare tante cose, ultimamente. Ci sono stati questi due mesi in cui sono stata talmente in coma che quando mi stendevo sul letto piano piano prendevo la forma di una piattaforma petrolifera. Adesso, sarà la bella stagione, sarà che la laurea è vicina, mi viene voglia di fare di tutto! Tranne che studiare, ovviamente. 
Forse se riuscissi a inventare un metodo per cui le nozioni di un libro mi entrano in testa per osmosi, avrei svoltato, con tutte le volte che spiaccico la testa sulle pagine! 
Meno male che esistono i week-end, quando prendo il treno per scendere a casa, quando maledico Trenitalia in tutte le lingue che conosco - e anche quelle che non conosco -, che non sai quando parti ma soprattutto non sai manco quando e se arrivi... fare una scappata veloce a casa per rassicurare tutti sulla tua effettiva corporeità, per poi svanire e tornare fuori, suonare a casa di A. col terrore dei suoi, e uscire... per dove non lo sappiamo mai, però è bella la parola "uscire". Anche se poi "esci da una casa per andarti a rinchiudere in un'altra" (cit. mio padre), non c'è bisogno di sapere sempre dove andare, a volte è bello lasciarsi trasportare. 
E con questa, passo e chiudo. C'è il libro dietro di me che sogghigna e sento qualcosa di stranamente freddo sulla tempia. 

L.


"Le nostre valigie logore erano di nuovo ammucchiate sul marciapiede; dovevamo ancora andare lontano. Ma che importava, la strada è la vita". 
J. Kerouac

 


domenica 24 marzo 2013

"La Morte & Il Mare"

Questo è il primo post dove inseriamo una delle nostre "storie".
"La Morte e il Mare" è un racconto che mi è stato ispirato dall'episodio del post precedente.
Negli ultimi giorni mi sento come esplodere dalla voglia di buttare fuori un po' di cose, e spero che nonostante questo periodo stia passando con difficoltà, possa almeno portarmi a qualcosa di buono, come il ritrovamento della mia creatività, e della voglia di esprimermi con le parole come non ci fosse un domani.
Un nostro amico, Alessio, che sta studiando composizione, e grande sognatore come noi, ci ha regalato questa preziosa e bellissima collaborazione. Ha creato per il mio racconto questa musica da accompagnare alla lettura. Potete ascoltare la sua musica nel link subito qui sotto. 
Spero possa essere per voi che leggere una bella esperienza.
Non vedo l'ora che anche L., ora impegnata nello studio di un esame, posti i suoi di racconti. 
Ora non so che altro dire... a parte, 
Buona Lettura.


Si accarezzava le mani con delicatezza. Le dita lunghe e affusolate si stringevano attorno a un polso, poi all'altro. Si intrecciavano. Le unghie smaltate di opaco grattavano sui palmi, poi saggiavano l'irregolarità delle figure sul pizzo candido della sua gonna.
Ogni tanto stuzzicava i bottoncini di stoffa che gli chiudevano la manica elegantemente lunga, che gli incorniciavano la mano con un bordo dolce e frastagliato. I disegni sul suo abito bianco, ricamati nel pizzo con una minuzia da maestro, le ricordavano sua nonna, e un'epoca che era passata lasciandole solo il ricordo sbiadito di qualche fotografia. Forse il motivo sotto tanti altri che l'aveva spinta a scegliere un modello così classico. Le piaceva tanto, e per una volta l'aveva infilato sapendo di essere nell'abito giusto, e che nel momento giusto tutto sarebbe stato perfetto.
Era rimasta seduta alla finestra a osservare il mare per ore, vedendo il tramonto affogare nel vento, e sospirò. Gli occhi di lei, fissi sull'orizzonte.
Sfregò le mani sulla gonna, sistemandosi comoda a sedere, con il piccolo petto che quasi dimenticava di muoversi, tra un respiro e l'altro.
Socchiuse le labbra scarlatte d'improvviso, gli occhi che s'infiammarono alla vista di un piccolo puntino scuro contro il cielo, tra le onde. Quando scomparve così com'era apparso abbassò lo sguardo, e sospirò ancora.
E venne il giorno, inondando tutto di rosa e d'azzurro.
Il suo viso, attraverso il vetro, si colorò dell'alba, ma non sembrava pallido, bensì vivo ancora alla ricerca di un ritorno.
I capelli ordinati in onde dorate le ricadevano immobili sulle spalle, coronati da fiori di pesco intrecciati tra loro. Qualche petalo scivolò via.
La finestra, sempre percossa dallo spirito violento del mare, piano si consumò, mangiata dal sale che ne intaccò la cornice, dandogli il sapore della ruggine, e ne graffiò, sporcandolo, il vetro che divenne opaco, puntellato a tratti dalla pioggia.
Attorno alla finestra ogni cosa scomparve, svanendo, mentre il mare restava l'unico spettacolo immortale, e la sposa l'unica ad assistervi, ferma al suo posto, con lo sguardo diritto all'orizzonte.
Non si era mossa, a differenza di quelle belle e sottili mani che si accarezzavano, stringendosi, impenitenti, e dei sospiri, che scivolavano via da quelle labbra morbide.
Gli occhi avevano smesso di accorgersi del tempo, e restavano attenti e incollati a quella linea invisibile che separa il mare dal Paradiso.
Sul pizzo candido che copriva le sue gambe immobili, una mano fredda e ossuta si posò sulle sue dita.
Lei si girò, e guardò la Morte, ferma e curva dietro di lei.
La osservò a lungo, poi le sorrise. Qualcosa nel volto spettrale le annuì, e andò a liberare le sue mani che poterono tornare a tormentarsi ancora.
La sposa tornò con gli occhi al mare, in un punto nel tempo che non sarebbe finito mai, ed era lì che sarebbe rimasta ad attenderlo. Nell'Infinito.

A. 14/03/2013

martedì 19 marzo 2013

Caffelatte e tanta cioccolata


È meglio aver amato e perduto che non aver mai amato.
Samuel Butler, Taccuini, 1912 (postumo)

Questo post sarà un po' diverso dai soliti, ma nel parlare di raccontarci le nostre storie non si può fare a meno di parlare anche dell'amore, specialmente quando finisce. 
Anche questo è la fine di una storia, dopotutto. La fine di un qualcosa, e l'inizio di un'altra, come tutto quello che ci accade durante la nostra vita.

Era iniziato tutto con un desiderio, come iniziano molte favole, in cui da che si è soli si desidera di amare e di essere amati, e ci si lascia il cuore socchiuso, per chiunque volesse sbirciare.  Era iniziato tutto così, semplicemente, con poche e tante speranze, desiderando quel che manca, accontentandosi di quel che si ha. E capitò così che lui arrivò senza troppi rumori, un qualcuno qualsiasi, silenzioso, strano, osservatore. Ed era una situazione confusa con altri amici, altri posti, altri problemi, e me ne stavo per la mia strada, come sempre, tra un sospiro e l'altro, a farmi passare un po' l'ansia di vivere. Ed ecco che un giorno, prima di Natale, ricevo un suo regalo, che in quel momento, in quel determinato stato d'animo, in quel preciso istante nell'universo, era una cosa completamente inaspettata, e assolutamente gradita. Così mi accorsi di lui, o più che altro, sperai lui si fosse accorto di me, per la semplicità e il buon gusto di quel regalo, qualcosa che ancora conservo, e che mi fece sorridere per la prima volta dopo tanto tempo di un sorriso felice. 
Avvenne poi che ci mettemmo 6 mesi nel rincorrerci a vicenda, tra lettere trovate nella borsa, regali, giochi, visite e gite, torte e biscotti, e cartoline. 

Era bello stare con lui, e ricevere le sue attenzioni.
Ero felice. Felice da non crederci quando poco prima del mio compleanno ci vedemmo, e mi regalò un meteorite. Cioè... io lo chiamo così, ma è una Moldavite. Una pietra verde che si è formata dalla caduta di un singolo meteorite in Repubblica Ceca circa 15 milioni di anni fa, e che lui mi aveva comprato, incastonato in un pendaglio, e regalato.
Una pietra del cielo, quasi unica. Perché mi disse che finita di estrarre la moldavite dal sito in cui è stata rinvenuta, non ne esisterà più, e ogni pezzo esistente varrà più di quanto non valga già.
Ero scioccata. 
Lui mi guardava e mi domandava se mi piaceva, data la faccia che avevo fatto.

Quel giorno mi baciò per la prima volta, e ancora lo ricordo, perché neanche a farlo apposta sia L. che la nostra amica V. mi mandarono un sms proprio in quel momento, e io stavo lì che lo baciavo e messaggiavo con loro tra un momento e l'altro. 
Fu molto comico.

E fu molto bello stare insieme a lui, i primi mesi. Passare il compleanno insieme, vederlo e trovare in lui tante cose belle. Lo amavo perché mi amava, e mi amava a dispetto di tante cose che mi rendevano, e mi rendono ancora tanto insicura.
E fu molto bello anche conoscere la sua famiglia, la sua città, vederlo guidare, e guardare il posto in cui viveva.
Potevamo vederci poco, che lui a Roma all'università, e io qui a fare le mie solite cose, e ci scrivevamo lettere, e programmavamo la nostra vita insieme, Londra, e come avremmo arredato la nostra casa, quanti gatti avremmo avuto, e che il sabato sera avrei sempre cucinato la pizza, così potevamo invitare i vicini a cena, e fare conoscenza. Poi voleva portarmi a vedere l'Irlanda, che va a vedere spesso, e tante altre cose....
Era bello progettare la vita un po' così. 

Poi, un po' alla volta... tutto è finito.
Non sono più arrivate le lettere, il telefono non squillava più tanto, la sua voce era più distante, e vederci non sembrava essere più un piacere.
Mi sforzavo di lasciare andare il tempo, che poi sarebbe passato, che sarebbe stato un momento, ma dopo 3 mesi nulla era cambiato, così sono cambiata io. 

Mi dispiace essere diventata una persona che non dona se non ricambiata. Non riesco più a impegnare le mie energie in un qualcosa che non mi fa tornare indietro nemmeno una briciola. Eppure mi basta poco per donare tanto, ma di fronte a qualcuno che non sembra avere più piacere a stare con te, e che non riesce neanche a spiegarti il perché, c'è poco da fare.

C'ho provato a odiarlo, ad arrabbiarmi, ma non ce la faccio. 
Mi rendo conto che provo solo un grandissima delusione. Perché infondo, quella persona che non mi cercava più, che non riesce a raccontare i motivi dei suoi comportamenti, dopotutto è stata molto importante.
Quella persona è stata quella che mi aveva dato speranza, anche se ora sono tornata a mangiare tanta cioccolata, a dormire male, e a non riuscire a concentrarmi più tanto sul lavoro.

Vorrei solo ricordarmela come una storia. Uno di quei romanzi rosa che finiscono male. Dove uno dei due muore, o col finale aperto, o dove entrambi, nonostante tutto, non riescono a ritrovarsi mai. Però al lettore rimane il racconto, come un diario di viaggio nelle speranze di entrambi, nei loro cambiamenti, nella loro felicità, e puoi fermarti a prima che vada tutto male. 
Io ho le mie lettere, il mio diario, tante piccole cose che mi lasciano solo i ricordi belli. 

Come quando ero in treno, da sola, per Lucca. Lui era rimasto a casa sua a studiare e io mi domandavo perché non mi avesse neanche chiesto di potermi accompagnare. Ero seduta a giocare alla PSP che mi aveva prestato per non annoiarmi, ed ero assorta in questi pensieri, con dei ragazzi che parlavano davanti a me. Non so che faccia avessi, ma quando suonò il telefono lo presi e lessi l'sms. Era lui che mi scriveva che il suo gatto si era messo a dormire sul mio pigiama. In quel momento, quel piccolo pensiero che mi aveva mandato, in quell'immagine che aveva condiviso con me, sorrisi. Sorrisi contenta. Il ragazzo davanti a me lo vidi guardarmi, ma stavo già scrivendogli la risposta. Alché, lo stesso ragazzo di fronte fece. "Alla signorina devono aver scritto qualcosa di bello, perché ha cambiato subito espressione. Prima sembrava triste!" e quando lo disse, alzai lo sguardo arrossendo, non capendo subito stavano parlando di me. Mi aveva molto imbarazzata la cosa, ma rimasi a sorridere qualche momento, arrossendo, mentre riposavo il telefono e tornavo a giocare alla PSP.
Lui era questo l'effetto che mi faceva. Mi faceva sorridere quando un momento prima ero triste. Sempre e comunque.

E sono questi momenti che vorrei ricordare, come in uno di quei romanzi rosa che finiscono male. 

Ora che è quasi primavera, e io sono qui, ad aspettare L. sempre per il fine settimana, penso che mai come ora sento la mancanza delle parole, e innamorarmi e deludermi mi sembra abbia fatto l'effetto di un risveglio. 

Benigni dice:


"Svelti! Svelti, veloci, piano. Con calma. Non v'affrettate. Poi non scrivete subito poesie d'amore, che sono le più difficili aspettate d'avere almeno un'ottantina d'anni. Scrivetele su un altro argomento, che ne so, sul mare, il vento, un termosifone, un tram in ritardo... che non esiste una cosa più poetica di un'altra. Avete capito? La poesia non è fuori, è dentro.

Cos'è la poesia? Non chiedermelo più, guardati allo specchio la poesia sei tu!
E vestitele bene le poesie, cercate bene le parole, dovete sceglierle. A volte ci vogliono otto mesi per trovare una parola. Sceglietele che la bellezza è cominciata quando qualcuno ha cominciato a scegliere. Da Adamo ed Eva. Lo sapete quanto ci ha messo Eva prima di scegliere la foglia di fico giusta? Come mi sta questa? Come mi sta questa? Come mi sta questa? Ha spogliato tutti i fichi del paradiso terrestre.
Innamoratevi, se non vi innamorate è tutto morto, morto tutto è! Vi dovete innamorare e diventa tutto vivo, si muove tutto. Dilapidate la gioia! Sperperate l'allegria! Siate tristi e taciturni con l'esuberanza! Fate soffiare in faccia alla gente la felicità... - E come si fa? (Fammi vedere gli appunti che mi sono scordato...) ...questo è quello che dovete fare... (non sono riuscito a leggerli, ora mi sono dimenticato) ...per trasmettere la felicità, bisogna essere felici e per trasmettere il dolore bisogna essere felici. Siate felici! Dovete patire, stare male, soffrire! Non abbiate paura di soffrire: tutto il mondo soffre. E se non avete i mezzi, non vi preoccupate, tanto per fare poesia una cosa sola serve: tutto!
E non cercate la novità, la novità è la cosa più vecchia che ci sia.
E se il verso non vi viene da questa posizione, da questa o da così, buttatevi in terra mettetevi così! Eccolo qua... ah... è da distesi che si vede il cielo, guarda che bellezza! Perché non mi ci sono messo prima?
Cosa guardate? I poeti non guardano, vedono!
Fatevi obbedire dalle parole! Se la parola muro, muro non vi da retta, non usatela più per otto anni, così impara! Che è questo? Boh! Non lo so! Questa è la bellezza, come quei versi là che voglio che rimangano scritti lì per sempre. Forza cancellate tutto che dobbiamo cominciare, la lezione è finita!"


Potrei scrivere sul caffé che mi ha insegnato a preparare, miscelando lo zucchero quando è uscito il primo guizzo di quell'aroma intenso, che fa la crema. E io che prendo sempre la tazza piena di zucchero sui bordi, perché così l'assaggio più dolce. Uso sempre quello di canna, che nel colore e nel sapore mi piace di più. Erano sempre due tazzine dopo i pasti, per lui di più, per me sempre meno della metà, e si gustava con calma. 
Chissà se un giorno me ne preparerà ancora uno.

Finché vive l'autore, la speranza per un seguito è sempre l'ultima a morire.

A.


mercoledì 6 marzo 2013

Io, me e il Colosseo

« Quamdiu stabit Colyseus stabit et Roma; 
cum cadet Colyseus cadet et Roma;
cum cadet Roma cadet et mundus » 

  
« Finché esisterà il Colosseo, esisterà anche Roma; 
quando cadrà il Colosseo, cadrà anche Roma;
quando cadrà Roma, cadrà anche il mondo »


Beda il Venerabile


 80 d.C. Tito inaugura quello che all'epoca era conosciuto come "Anfiteatro Flavio". La costruzione era stata iniziata sotto suo padre, Vespasiano, e sarà veramente compiuta solo con il successore e fratello di Tito, Domiziano, che ne completerà l'attico. 
Oggi è semplicemente il nostro Colosseo.



   
Noi siamo abituati a vederlo lì, immobile e (quasi) immutabile, all'uscita della metro. Magari ci sentiamo in dovere di fare qualche foto solo perchè è lì, massiccio e maestoso, ma spesso e volentieri ci passiamo vicino e gli regaliamo solo una veloce occhiata. Per noi non ha molta importanza, visto che è lì, lo possiamo vedere tutti i giorni. 
Beh, stasera voglio condividere con voi una mia esperienza personale. Ero già stata a Roma quando ero piccola, quando mia madre mi parlava del "Colosseo", il più grande anfiteatro del mondo, e io non avevo idea di cosa diavolo fosse se non una traccia di un passato che male ci viene insegnato a scuola. Che noia. 
In una gita a Roma ci sono stata, era tappa obbligata. Non mi è piaciuto. Detestavo l'archeologia, per me era una perdita di tempo e non riuscivo a credere che ci fosse gente che studiasse per diventare archeologo/a.
Indovinate un po' cosa sto facendo ora? Eh già, studio archeologia! Eppure, il motivo per cui mi ci sono iscritta continuava a non riguardare Roma, ma la Grecia. Sapete, il genio di Lisippo, Fidia, Prassitele... l'estrarre da un blocco di marmo candido forme sensuali, decise, patetiche, Muse, divinità, eroi. Per tutto il primo anno di università Roma continuava ad essere seconda, e il Colosseo continuava a restare una splendida immagine da cartolina.
Poi è arrivato lo scavo di quest'anno. In una bella giornata di sole, con il mio zaino sulle spalle, l'elmetto di protezione rosso brillante, scarpe antinfortunistica, attrezzi vari e abbigliamento completamente antisesso, ho preso la metro B direzione Colosseo, nei pressi di cui si apre il mio scavo. Avete presente una scena al rallentatore in un film? Bene, immaginatemi così mentre passo i tornelli, esco dalla metro, alzo gli occhi e vedo il Colosseo. 
E' maestoso.
Imponente. Però 'maestoso' lo descrive meglio, a mio parere. Beh, sono rimasta a fissarlo come una cretina per cinque minuti buoni. L'emozione che ho provato è stata indescrivibile. Non so, forse vi sembrerà sciocco ma credetemi se vi dico che, in quel momento, non mi sembrava di aver mai visto qualcosa di così bello. 
Da perfettamente l'idea della potenza di Roma. 
Così, ogni volta che mi sento giù di morale; ogni volta che penso di non farcela, che l'archeologia è talmente bistrattata in Italia da rendere praticamente impossibile il tentativo di valorizzare quanto più di bello abbiamo e che tutti ci invidiano, io vado al Colosseo. Per ricordarmi che la storia è esistita davvero, che Vespasiano, Tito e Domiziano non sono i protagonisti di una favola, ma che sono vissuti, hanno respirato e mangiato come noi, che l'Impero Romano non è l'invenzione di uno scrittore troppo fantasioso. 
E, soprattutto in tempi come questi, lo faccio per ricordarmi che: noi siamo stati questo. 

L.

PS. A breve con 'la giornata tipo dell'archeologo italiano: il viaggio della speranza!' ;)