"La vera amicizia è una pianta che cresce lentamente e deve passare attraverso i traumi delle avversità perché la si possa chiamare tale."
(George Washington)

mercoledì 6 marzo 2013

Io, me e il Colosseo

« Quamdiu stabit Colyseus stabit et Roma; 
cum cadet Colyseus cadet et Roma;
cum cadet Roma cadet et mundus » 

  
« Finché esisterà il Colosseo, esisterà anche Roma; 
quando cadrà il Colosseo, cadrà anche Roma;
quando cadrà Roma, cadrà anche il mondo »


Beda il Venerabile


 80 d.C. Tito inaugura quello che all'epoca era conosciuto come "Anfiteatro Flavio". La costruzione era stata iniziata sotto suo padre, Vespasiano, e sarà veramente compiuta solo con il successore e fratello di Tito, Domiziano, che ne completerà l'attico. 
Oggi è semplicemente il nostro Colosseo.



   
Noi siamo abituati a vederlo lì, immobile e (quasi) immutabile, all'uscita della metro. Magari ci sentiamo in dovere di fare qualche foto solo perchè è lì, massiccio e maestoso, ma spesso e volentieri ci passiamo vicino e gli regaliamo solo una veloce occhiata. Per noi non ha molta importanza, visto che è lì, lo possiamo vedere tutti i giorni. 
Beh, stasera voglio condividere con voi una mia esperienza personale. Ero già stata a Roma quando ero piccola, quando mia madre mi parlava del "Colosseo", il più grande anfiteatro del mondo, e io non avevo idea di cosa diavolo fosse se non una traccia di un passato che male ci viene insegnato a scuola. Che noia. 
In una gita a Roma ci sono stata, era tappa obbligata. Non mi è piaciuto. Detestavo l'archeologia, per me era una perdita di tempo e non riuscivo a credere che ci fosse gente che studiasse per diventare archeologo/a.
Indovinate un po' cosa sto facendo ora? Eh già, studio archeologia! Eppure, il motivo per cui mi ci sono iscritta continuava a non riguardare Roma, ma la Grecia. Sapete, il genio di Lisippo, Fidia, Prassitele... l'estrarre da un blocco di marmo candido forme sensuali, decise, patetiche, Muse, divinità, eroi. Per tutto il primo anno di università Roma continuava ad essere seconda, e il Colosseo continuava a restare una splendida immagine da cartolina.
Poi è arrivato lo scavo di quest'anno. In una bella giornata di sole, con il mio zaino sulle spalle, l'elmetto di protezione rosso brillante, scarpe antinfortunistica, attrezzi vari e abbigliamento completamente antisesso, ho preso la metro B direzione Colosseo, nei pressi di cui si apre il mio scavo. Avete presente una scena al rallentatore in un film? Bene, immaginatemi così mentre passo i tornelli, esco dalla metro, alzo gli occhi e vedo il Colosseo. 
E' maestoso.
Imponente. Però 'maestoso' lo descrive meglio, a mio parere. Beh, sono rimasta a fissarlo come una cretina per cinque minuti buoni. L'emozione che ho provato è stata indescrivibile. Non so, forse vi sembrerà sciocco ma credetemi se vi dico che, in quel momento, non mi sembrava di aver mai visto qualcosa di così bello. 
Da perfettamente l'idea della potenza di Roma. 
Così, ogni volta che mi sento giù di morale; ogni volta che penso di non farcela, che l'archeologia è talmente bistrattata in Italia da rendere praticamente impossibile il tentativo di valorizzare quanto più di bello abbiamo e che tutti ci invidiano, io vado al Colosseo. Per ricordarmi che la storia è esistita davvero, che Vespasiano, Tito e Domiziano non sono i protagonisti di una favola, ma che sono vissuti, hanno respirato e mangiato come noi, che l'Impero Romano non è l'invenzione di uno scrittore troppo fantasioso. 
E, soprattutto in tempi come questi, lo faccio per ricordarmi che: noi siamo stati questo. 

L.

PS. A breve con 'la giornata tipo dell'archeologo italiano: il viaggio della speranza!' ;)

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